18 giugno 2010

“GRATO” A TUTTI

Carissimi fratelli e sorelle in Cristo Gesù,
carissime famiglie tutte di San Barnaba,
questo è l’ultimo “l’In-formatore” prima della chiusura estiva, e questa è l’ultima “prima pagina” che firmo come vostro Parroco. Dopo l’estate ci sarà don Marcellino che aprirà questo strumento di comunicazione e di comunione, strumento importante per San Barnaba.
Come sapete la mia partenza da Milano non è un tuono a ciel sereno, non è stata provocata da fatti incresciosi, non è sicuramente forzata da qualcuno. Io non voglio andar via, voi non mi cacciate, l’Arcivescovo non ha punito né voi né me. Anzi questi giorni - se ce n’era bisogno - hanno mostrato e dimostrano continuamente quanto grande è il legame che c’è stato, c’è e rimarrà tra noi.
La mia partenza è determinata solo dalla nascita della Comunità Pastorale: fatto che richiede la presenza di un nuovo Parroco. Dell’importanza che venga scelto un nuovo Parroco quando inizia una Comunità Pastorale sono molto convinto: me lo dice l’esperienza che ho fatto nei miei 30anni di Presbiterato e la saggezza pastorale che ho acquisito.
Sicuramente nel mio cuore e nel vostro c’è molta sofferenza, come in me e in voi ci sono domande circa il futuro. Ma siamo convinti che lo Spirito del Signore Gesù che insieme abbiamo sentito e visto agire tante volte in questa nostra Parrocchia non smetterà di accompagnarci e agire, donandoci mente illuminata, coraggio nel cuore e forte volontà per fare scelte libere da paure.
Sono “grato” a tutti, e mi sento di dirvi un immenso “Grazie”.
Grazie prima di tutto dell’affetto che mi avete dato, perché mi avete amato e coccolato, sostenuto con le vostre preghiere e con il vostro aiuto concreto (anche “culinario”), incoraggiante e collaborante.
Grazie perché siete stati per me testimoni di fede e di carità, di capacità di stare nelle situazioni difficili con speranza, di amore per questa Chiesa di San Barnaba, di voglia di collaborare con responsabilità.
Grazie a don Andrea e a don Giuseppe con cui ho condiviso questi anni di guida pastorale, grazie a Mons. Giacomo per il suo affetto paterno, i suoi consigli e le sue preghiere dal Paradiso, ai preti che si sono succeduti al Centro Vismara.
Grazie perché con voi ho imparato a “fare il parroco”: voi siete stati un “campo di Dio” facile da coltivare, anche se richiedeva tanto impegno. Ho cercato di fare del mio meglio senza risparmiarmi: spero di essere stato all’altezza!
Grazie a voi tantissimi e validissimi collaboratori con cui abbiamo fatto cose nuove e belle: chiedo scusa perché avete subito spesso “l’ira funesta” del vostro Parroco.
Grazie a tutti della festa e della riconoscenza che mi avete mostrato anche in occasione del trentesimo anniversario di Ordinazione e del “dono musicale” che mi avete fatto.
Chiedo perdono perché a furia di essere “troppo avanti”, ho peccato di irruenza e di durezza di cuore. Per chi ho offeso o turbato ho pregato e continuerò a farlo: che il Signore chiuda le ferite che ho provocato donando consolazione e speranza.
Pensando al vostro futuro… vi auguro di partire con entusiasmo nella nuova esperienza di Comunità Pastorale, mostrando anche a don Marcellino e al prete che giungerà con lui lo stesso amore fraterno e la stessa voglia di collaborare che avete mostrato nei 10 anni in cui sono stato con voi. Avete don Giuseppe ancora con voi: continuate ad amarlo e a sostenerlo come avete fatto sino ad ora, perché il suo compito non è facile. Impegnatevi a rimanere uniti nel Signore Gesù e con la sua Chiesa.
Io continuerò ad “mettervi davanti al Signore”, soprattutto i malati e le persone in difficoltà, uomini e donne, famiglie con cui abbiamo condiviso momenti di sofferenza e di speranza.
Affido me stesso e la mia vocazione alle vostre preghiere, come pure l’inizio della mia nuova missione a Solaro: nella preghiera all’unico Padre lo Spirito ci farà rimanere uniti e in comunione con Gesù.
Concludo augurando a tutti voi Buone Vacanze. Il Signore Gesù vi permetta e vi doni un periodo di giusto riposo. Prego perché coloro che non possono permetterselo sia gratificati dal Signore in qualche altro modo.
Fraternamente “grato”,
don Giorgio

OLTRE I CONFINI


L’omelia di don Giorgio FESTA PATRONALE SAN BARNABA 2010

Lo scorso anno abbiamo tagliato il nastro per festeggiare l’ingresso ufficiale nella chiesa dopo i lavori … sono già passati dodici mesi!
È stato un anno particolare, faticoso e avventuroso, un anno con lo sguardo rivolto al futuro, futuro che vede San Barnaba e Maria Madre della Chiesa avviarsi a vivere in stretta comunione di fede, carità e missione.
È bello e significativo perciò che con noi celebrano questa Eucarestia alcuni rappresentanti della Parrocchia vicina: padre Diego, suor Luigina e, mischiati con i nostri, alcuni membri del CPP, alcuni cantori, Ministranti, lettori.

COSA HA FATTO IL SIGNORE PER NOI IN QUESTI MESI?
Gesù ci ha detto di fidarci di Lui: come Signore Risorto ci ha ripetuto “non temete!”
Lo Spirito Santo ci ha dato il coraggio per non spaventarci davanti alla decisione dell’Arcivescovo e per iniziare a confrontare la situazione delle due Comunità: ciò che si fa, ciò che si desidera, ciò che si può fare e ciò che si desidera fare insieme in futuro.
Il Padre ha iniziato a limare la durezza dei cuori, ad avvicinare le lontananze e a far crescere l’accordo, ad aprire gli orizzonti.
In questi mesi ci siamo accorti e ci stiamo accorgendo che ci sono ancora confini (dentro la mente e il cuore soprattutto), che dobbiamo estirpare, che dobbiamo chiedere al Signore di estirpare per lasciargli fare.
Avrà ancora molto da fare la Santissima Trinità, e abbiamo fiducia che farà il meglio!

Questo guardare al futuro non ha impedito in questi mesi che crescessero nella Comunità la corresponsabilità di molti (in primo luogo del Consiglio Pastorale e del Consiglio Affari Economici), l’impegno per le famiglie con la Pastorale Battesimale e il ritorno all’uso del Battistero, la cura dei ragazzi e dei giovani con la “creazione” del CIC 4, la Pastorale Giovanile con i tentativi di incontro tra Educatori e Responsabili dei due Oratori sotto la guida di don Giuseppe, la carità che ha spinto ad interessarsi delle situazioni di bisogno con interventi più abbondanti dopo la “piccola frenata” a causa dei debiti per la chiesa, la generosità sempre grande che ha permesso di pagare i debiti per i lavori della chiesa con ottimismo.

Quanto ha seminato, quanto ci ha dato la Santissima Trinità! Quanta gratitudine dobbiamo avere nel cuore! In questa Eucarestia c’è veramente da dire e da manifestare un grosso “Grazie” al Signore.

E IL FUTURO PROSSIMO OFFRE GIÀ UN NUOVO DONO DI DIO:
la presenza di nuovi preti in Parrocchia. Arriverà don Marcellino come nuovo Parroco, a lui si aggiungerà un altro sacerdote: insieme offriranno il loro servizio ad entrambe le Parrocchie, con don Giuseppe che continuerà a seguire la Pastorale Giovanile.
Preti, religiose e laici sarete impegnati nel vivere un unico sacerdozio a servizio di Cristo Gesù (servi come Lui per amore), della Comunità Cristiana e della Chiesa in uno stile di comunione, a servizio del Regno.

IN QUESTA FESTA PATRONALE C’È UNA CHIAMATA PARTICOLARE SINTETIZZATA DAL MOTO “OLTRE I CONFINI”.
Siamo invitati a riscoprire il carisma, dono dell’essere Comunità di San Barnaba, Comunità al confine della città, siamo invitati a risentire la chiamata/vocazione ad essere Comunità Cristiana rinnovata che va oltre ogni confine per mettersi a servizio di tutti e fare con tutti, per tutti.

Sono un carisma e una vocazione che provengono dal vivere alle porte della città, dall’essere periferia, dall’essere sul confine; dal nome che ci portiamo “grato-soglio” (uno dei significati che dava don Alberto), dall’avere come patrono San Barnaba e dall’essere sotto la protezione di un Apostolo/missionario.

Un carisma e una vocazione che accomuna a Maria Madre della Chiesa: l’essere Comunità Pastorale favorirà un maggiore amore e interessamento alla realtà sociale, a chi abita qui, ad essere a servizio dello star bene qui e arriverà qui, a far diventare questa porta della città di Milano un “soglio-grato”.
“OLTRE I CONFINI” È UN MOTTO CHE RICHIAMA I CAMBIAMENTI DEI PROSSIMI ANNI NEI NOSTRI QUARTIERI
Il Signore chiamerà ad andare “oltre i confini” perché una parte degli anziani presenti nei nostri appartamenti “andrà in Paradiso” e le nostre scale si riempiranno di facce nuove.
Cominciamo noi ad andare oltre i confini, non attendiamo gli altri, muoviamoci: usciamo dall’inerzia, smettiamola di aspettare che altri si muovano!
C’è la fortuna di avere sul territorio anche molte Associazioni che rendono “grato” questo “soglio” della nostra città, Associazioni che qui col loro contributo poco riconosciuto stanno già andando “oltre i confini” della freddezza e dell’anonimato.
Nel pomeriggio una parte di loro sarà presente per spingerci a giocarci, con impegno, per la nostra “periferia”

Con senso di gratitudine al Signore e al nostro Patrono San Barnaba, uniti alla Parrocchia Maria Madre della Chiesa, uniti a don Marcellino e al prete che verrà, portando nel cuore speranza e responsabilità continuiamo la nostra festosa Eucarestia, ci rivolgiamo a San Barnaba con fiducia e lo preghiamo:

Preghiera a San Barnaba
San Barnaba, nostro Patrono,
assisti le nostre due Parrocchie
che si stanno preparando
a diventare Comunità Pastorale.

San Barnaba, chiedi al Padre nostro
di togliere dai nostri cuori
durezza e chiusura.

San Barnaba, chiedi a Gesù,
di illuminarci con la sua Parola
e di renderci forti con l’Eucarestia

San Barnaba, chiedi allo Spirito Santo
di portare comunione nei cuori
e creare servizio e collaborazione.

Amen

APPUNTAMENTI DOPO L'ESTATE

Sabato e Domenica 11 e 12 settembre 2010
RITIRO SPIRITUALE DEGLI ADULTI AD ALBINO(BG)presso l’Istituto dei padri dehoniani
Quota di partecipazione individuale: € 55,00 (comprensiva di sistemazione in camera con servizi e trattamento di pensione completa)

Domenica 19 settembre
SALUTO a don GIORGIO

Domenica 26 settembre
FESTA dell’ORATORIO a Maria Madre della Chiesa e saluto a Padre EUGENIO

Domenica 3 ottobre
FESTA dell’ORATORIO a San Barnaba

CATECHESI PER ADULTI Quarto incontro (Genesi 22,1-19)

ABRAMO I passi nella fede

Giovedì 20 maggio presso il Centro Parrocchiale si è tenuto il quarto incontro di Catechesi degli “over 50”. Riportiamo, qui di seguito, il testo della relazione introduttiva.

DIO MISE ALLA PROVA ABRAMO Genesi 22,1-19

Il sacrificio di Isacco
Dio chiede ad Abramo un gesto umanamente e moralmente inconcepibile, ma deve essere visto nel contesto dei costumi dell’epoca. Il sacrificio dei primogeniti alla divinità era praticato dai cananei. Anche gli israeliti erano convinti che i primogeniti appartenessero a JHWH e quindi dovessero essere offerti a lui. La legge mosaica però escludeva che essi fossero sacrificati, ma esigeva che, appartenendo a Dio, fossero riscattati mediante l’offerta di un animale. Il racconto tuttavia suscita numerosi problemi. Esso si divide in quattro parti: 1) la prova (vv. 1-5); 2) la preparazione del sacrificio (vv. 6-10); 3) l’intervento dell’angelo di JHWH e sostituzione di Isacco (vv. 11-14); 4) Secondo intervento dell’angelo di JHWH e conferma delle promesse (vv. 15-18).

La prova (vv. 1-5)
Ciò che JHWH sta per chiedere ad Abramo è talmente scioccante che il lettore deve essere avvertito subito che Dio non lo vuole veramente, ma intende semplicemente saggiare fino in fondo e in modo definitivo il cuore di Abramo. Perciò il vero tema del brano, è la fede del patriarca.
Dio pronunzia due volte il nome del patriarca: «Abramo, Abramo!». Ciò è indice di una grande solennità, si tratta di un momento decisivo, dal quale dipende il futuro di Abramo e del popolo che nascerà da lui .La risposta di Abramo è pronta: «Eccomi!».
A questo punto il lettore viene a sapere che cosa vuole Dio da lui."Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, và nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò" La richiesta è veramente esorbitante.
E’importante la designazione del luogo in cui dovrà attuarsi il sacrificio. Si tratta infatti del monte Mòria, che è indicato come il luogo in cui sorge il tempio di Gerusalemme.
Il lettore può immaginare i sentimenti contrastanti di Abramo; ma il narratore non si cura di descriverli. Ciò che conta è la sua obbedienza silenziosa, che non pone domande,. Naturalmente il lettore queste domande se le pone: come credere in un Dio che è capace di chiedere un sacrificio così assurdo e inconcepibile?
Abramo giunge in vista del luogo prestabilito solo il terzo giorno (è importante la simbologia nell’A.T.: eventi fondamentali sono collocati al terzo giorno, al punto che poi gli apostoli diranno che Gesù è risorto il terzo giorno, cioè giorno dell’intervento di Dio): non gli è mancato quindi il tempo per riflettere e approfondire la sua decisione. A questo punto Abramo ordina ai suoi servi di fermarsi spiegando che il figlio e lui avrebbero proseguito sino alla cima del monte per prostrarsi e poi sarebbero tornati. Parlando al plurale si potrebbe immaginare che Abramo pensi a un colpo di scena, o almeno lo speri. Ma sulle sue labbra queste parole non sono che una bugia tanto pietosa quanto disperata.

La preparazione del sacrificio (vv. 6-10)
Il racconto prosegue veloce: Abramo carica la legna per l’olocausto sulle spalle di Isacco (è l’immagine più forte dell’iconografia: Isacco porta la legna, è l’immagine del Cristo che porta la croce) Abramo prende in mano il fuoco e il coltello; poi tutt’e due proseguono insieme (v. 6). Il loro muto riflettere è rotto solo dalla domanda del fanciullo che chiede: «Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». Abramo non ha il coraggio di spiegare che cosa sta per capitare, ma si limita a rispondere: «Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausto, figlio mio!» (vv. 7-8). È chiaro che si tratta di una menzogna, dalla quale però traspare un’immensa fiducia nel Dio al quale Abramo sta per offrire in sacrifico il proprio figlio; proprio questa menzogna contiene una grande verità. I due proseguono fino al luogo prestabilito e lì Abramo costruisce l’altare, sistema la legna, lega il figlio Isacco e lo depone sull’altare, sopra la legna. Poi stende la mano e prende il coltello per immolare suo figlio (vv. 9-10).

L’intervento di JHWH(vv. 11-14)
Abramo ha appena finito i preparativi per il sacrificio e sta per immolare il figlio, quando l’angelo di Dio stesso, lo chiama dal cielo e gli dice di risparmiare il figlio. Lo stesso gesto diil proprio figlio, Dio non lo applicherà nei confronti di Gesù,come dice San Paolo ai romani,<>.
Alle parole di Dio Abramo alza gli occhi e vede un ariete impigliato con le corna in un cespuglio lo prende e lo offre in olocausto al posto del figlio.
La comparsa dell’ariete è chiaramente opera di Dio, ma il narratore la presenta come un fatto casuale, di cui Abramo approfitta senza esitare.
Abramo chiamò quel luogo: «Il Signore vede», resta imprecisato che cosa Dio vede: Abramo, la sua fede oppure l’uomo in generale? oppure «prov-vede» a ciò che è bene per l’uomo.
Al termine del racconto Dio rinnoverà ad Abramo, con un solenne giuramento, le promesse che gli aveva fatto precedentemente, motivandole nuovamente col fatto che egli «non ha risparmiato» il suo unico figlio; lo benedirà e gli darà una discendenza numerosa come la sabbia del mare; per essa saranno benedette tutte le nazioni della terra. Così termina l’incontro con Dio sulla montagna.
Abramo torna dai suoi servi e insieme si mettono in cammino per Bersabea dove Abramo fissa la sua dimora.
Il narratore dimentica di menzionare che Isacco scende dal monte col padre, quasi a voler metter a fuoco solo la dimensione della fede di Abramo e dare la sensazione che davvero egli si è staccato dal figlio e quest’ultimo è pronto ormai ad affrontare la vita da solo.

Linee interpretative
Il racconto della richiesta di sacrificare il proprio figlio, sostituito all’ultimo momento con un ariete, aveva forse originariamente lo scopo di spiegare che Dio non vuole sacrifici umani, ma accetta al loro posto sacrifici animali. Dal punto di vista morale per il lettore antico non c’era dubbio che Dio potesse chiedere al patriarca tale gesto, anche se comportava per lui la perdita di un figlio; ma per Abramo ciò significava qualcosa di più.
La rinuncia a colui per mezzo del quale si sarebbero realizzate le promesse di Dio, e quindi in definitiva, data la sua tarda età, l’annullamento delle promesse stesse.
La sua adesione incondizionata è il segno di una fede che ha raggiunto ormai la sua pienezza, e quindi viene proposta come modello a tutto Israele.
Isacco ora è proprio suo figlio, adesso Abramo è diventato davvero padre, esattamente come Dio diventa Padre di Gesù nel momento della morte e nel momento della risurrezione si realizza : è nel mistero pasquale che Dio rivela pienamente la paternità e Gesù Cristo viene costituito Figlio di Dio in pienezza, in potenza.
Questa fede assoluta non lo porta a rinunziare a qualche cosa, ma gli permette di ottenere tutto.
E’ proprio il segno dell’atteggiamento evangelico: chi perde la propria vita la trova; è l’immagine della croce; è il Cristo che salva morendo,
Quando impariamo a vedere come vede Dio siamo in un’ottica di fede; la fede è strettamente legata al modo di vedere le cose; io sono una persona credente in base al mio modo di vedere la vita, di vedere me stesso, perché il mio modo di vedere diventa quello di Dio.

DAVANTI ALLA SINDONE

Risonanza dopo il “pellegrinaggio” a Torino

Pochi minuti in piedi davanti alla Sindone a contemplare, a pregare, a fare memoria. La Sindone, quel telo sul quale si sono pronunciate ipotesi scientifiche e storiche, l’ho avuta per qualche minuto di fronte a me. E mentre risuonavano ancora nella mente tutte le date e i dati pronunciati da chi ci accompagnava durante il viaggio, il mio cuore torna a duemila anni fa e alla parole che tu Signore pronunciasti per noi: “Beati coloro che crederanno pur non avendo visto”. Se uno cerca prove o conferme a sostegno della propria fede probabilmente non le troverà mai e anche la Sindone non può rappresentare niente di tutto questo.

Ma io non sto cercando prove, ma sto cercando te Signore Gesù e le uniche parole che riesco a pronunciare guardando quel telo e i segni della passione che mostra, le uniche parole che risuonano nel mio cuore sono: “Padre non come voglio io, ma come vuoi tu”.

Se quel telo sia un falso o un originale a me non importa, la Sindone rimane comunque un segno che ci riporta, mi riporta ad un Gesù che si è fatto uomo e che ha vissuto in mezzo a noi per indicarci una strada, una strada che fosse reale, che fosse speranza incarnata.

Ma se qualcuno mi dovesse chiedere di raccontare l’esperienza Sindone io partirei da quello che una persona mi ha detto al ritorno dal pellegrinaggio: “Se anche io credessi che quel telo ha avvolto il corpo di Gesù, dovrei fare comunque un passo ulteriore e credere che Gesù è risorto”.

Quell’uomo ha ragione, ci viene comunque e sempre chiesto un atto di fede. Cosa allora dire se non che credere è un dono, che credo perché ho fatto esperienza di Te nella mia vita, credo perché ho vissuto nella mia vita il buio senza di te e la luce della tua presenza.

Ancora qualche minuto davanti alla Sindone e nel mio cuore risuonano ancora e ancora queste parole: “Non come voglio io, ma come vuoi tu”.
E anche se nessuno può darci garanzie e prove al nostro credere, io stringo nel mio cuore la certezza che nella mia vita niente e nessuno mi ha donato parole più dolci e vere di quelle pronunciate da Gesù.

E quando vedo far capolino piccole gemme d’amore malgrado i miei limiti e le mie paure come in chi mi vive accanto e ne sento il profumo, capisco che lo Spirito Santo è qui, presente in noi, anche se non sappiamo comprendere come e in che direzione soffi … ed è ancora fede.

Probabilmente ci sarà buio nel nostro credere, ci saranno dei momenti nei quali faremo fatica a credere, ci saranno momenti nei quali ci sentiremo troppo piccoli e incapaci di lasciarci da te educare, ci saranno dei momenti nei quali la tua strada ci farà paura ora poco, ora tanto, ma tu Signore tieni accesa la nostra fede perché solo Tu puoi colmare la nostra sete d’amore e d’infinito. Tieni accesa in noi la volontà di imparare ad amare come tu ci hai insegnato e come la Sindone comunque sia ci aiuta a ricordare.

Signore facci “peccare della presunzione” di voler imparare ad amare come tu ci ami.

IL NOSTRO AIUTO AD HAITI

In questi mesi ci siamo interessati alla situazione di Haiti dopo il disastroso terremoto.
In diverse occasioni abbiamo raccolto offerte per un totale di € 5.458,00 che devolveremo all’AVSI.
Concludiamo la raccolta di questi mesi riproducendo un articolo apparso sul notiziario dell’AVSI, Buone notizie

FINITO IL POLVERONE
di Roberto Fontolan
Una vignetta terrificante è comparsa su un giornale americano. “Non si sente più parlare degli haitiani” dice lei. E lui risponde: “Beh, finito il polverone si è visto che erano solo dei senzatetto neri”. Non è così che vogliamo essere, condannati al cinismo, prigionieri del nostro sarcasmo capace di corrodere ogni slancio, ogni generosità. Ma è così che siamo, dobbiamo riconoscerlo, poveri uomini che non riescono a fare durare un gesto buono, un’azione perfetta, oltre il turbinio della polvere. Il tempo che si depositi per terra, ed ecco che vediamo esaurite le nostre forze filantropiche. E lì, esattamente in quell’istante che segna la fine del boato e l’inizio del silenzio, si apre una sfida, la sfida della carità. Prima poteva essere tutto confuso e tutto, beninteso, positivo. Soccorrere, scavare, sfamare, pregare, salvare, abbracciare, lottare disperatamente per fare presto, per fare tutto. Ora no. In questo momento la volontà non basta né bastano le energie. Qualunque slancio si infrange davanti al muro della sproporzione.

Come potrò mai riempire il bisogno dei miei fratelli? C’è da rompersi la testa, come quando il chirurgo non sa come salvare il paziente, o il magistrato come poter giudicare secondo giustizia. In questo momento di domande incalzanti l’aria si è fatta chiara e vediamo, vediamo bene l’incrocio delle strade che possiamo prendere. Rassegnazione, perché siamo troppo piccoli; risentimento, perché siamo troppo soli; cinismo, perché troppo impauriti.

Oppure la strada della carità. L’unica che non possiamo costruire con le nostre precarie forze. Già è segnata per noi dall’Amore che ha toccato terra poco più di duemila anni fa per trasformare tutto, per cambiare tutto, per salvare tutto e per sempre. La carità che fiorisce ad Haiti, finito il polverone.

13 giugno 2010